p 323 .

Paragrafo 5 . La filosofia analitica.

     
Se  per  filosofia analitica si intende la classe dei  filosofi  che
fanno ricorso all'analisi logica (cio all'analisi del linguaggio, del
modo  di  usarlo, dei significati dei segni linguistici e  delle  loro
relazioni logiche)(94) per giungere a una rappresentazione vera  del
mondo  fenomenico, a buon diritto possono essere considerati  filosofi
analitici Russell e Wittgenstein, insieme agli esponenti del  Circolo
di Vienna e del Circolo di Berlino.
     Di  solito  -  e soprattutto negli ultimi tempi -  per  invalso
l'uso  di  restringere  la  definizione di  filosofia  analitica  alla
filosofia del linguaggio ordinario. In questo caso ci si riferisce -
oltre  al  cosiddetto  secondo Wittgenstein - agli  esponenti  della
Scuola di Oxford, costituitasi dopo la Seconda guerra mondiale,  tra
i  cui maggiori esponenti si annoverano Gilbert Ryle e John L. Austin.
Questi  filosofi  -  e gli altri che abitualmente vengono  raggruppati
sotto  l'etichetta  di  filosofi  del  linguaggio  ordinario  -  non
sviluppano   una  linea  teorica  comune,  ma  si  riconoscono   nella
convinzione che l'analisi del linguaggio ordinario sia una risorsa per
fare filosofia.(95)
     
Il secondo Wittgenstein.
     
Consideriamo innanzitutto il secondo Wittgenstein.
     Il   Tractatus     senza  dubbio  l'opera  pi  importante   che
Wittgenstein  abbia  pubblicato  in  vita.(96)  Ma  la   sua   ricerca
filosofica  -  dopo  una  pausa  (fino  al  1926)  in  cui  si  dedica
all'insegnamento in una scuola elementare - riprende
     
     p 324 .
     
     a  pieno  ritmo  dopo il suo ritorno a Cambridge, nel  1929,  che
segna  l'inizio  dell'attivit  di docente  in  quella  Universit.  I
risultati di tale lavoro di riflessione si concretizzano negli appunti
redatti e dettati fra il 1933 e il 1935, e che costituiscono il  Libro
blu e il Libro marrone; tra il 1945 e il 1949 Wittgenstein lavora alla
stesura delle Ricerche filosofiche; tra il 1949 e il 1951 stende Della
certezza,  le  cui ultime pagine sono scritte due giorni  prima  della
morte.
     In  questo  gruppo  di opere le posizioni del  Tractatus  vengono
sviluppate  e, per certi versi, superate: all'interesse esclusivo  per
il  linguaggio  scientifico, logicamente coerente e  formalizzato,  si
affianca  in  Wittgenstein  l'interesse per il  linguaggio  quotidiano
degli  uomini;  per le parole che essi usano mentre  svolgono  le  pi
svariate  attivit. Riconosciamo egli scrive che ci che  chiamiamo
"proposizione",   "linguaggio",  non      quell'unit   formale   che
immaginavo, ma una famiglia di costrutti pi o meno imparentati  l'uno
con l'altro(97).
     La  fine  dell'unit formale del linguaggio fa s che il  senso
delle proposizioni non sia conferito esclusivamente dal loro rimandare
a  dati  e fatti empirici: il senso scaturisce dal contesto in cui  il
linguaggio    usato  (Wittgenstein  chiama  questo  contesto   gioco
linguistico(98)). Ad esempio, in cinese i fonemi, o i grafemi, "2  x
2  =  4"  potrebbero  avere un significato diverso, oppure  potrebbero
essere  un palese non-senso; e da questo si vede che soltanto nell'uso
la  proposizione  ha  senso(99). Nella stessa opera  Della  certezza,
dedicata in gran parte all'analisi dell'espressione io so, si legge:
Siedo in un giardino con un filosofo. Quello dice ripetute volte: "Io
so  che  questo   un albero", e cos dicendo indica un  albero  nelle
nostre vicinanze. Poi qualcuno arriva e sente queste parole, e io  gli
dico:  "Quest'uomo  non  pazzo: stiamo solo facendo filosofia"(100).
Ci che ha senso nel gioco linguistico tra filosofi, evidentemente  ne
ha meno o non lo ha nel gioco linguistico con il passante.
     Un  altro  esempio famoso di cui Wittgenstein si serve all'inizio
delle  Ricerche   quello del muratore che, lavorando in  un  cantiere
edile,  grida  Trave! e l'aiutante va e porta una trave.  E'  quindi
l'attivit sociale del lavoro nel cantiere, con le sue regole, a  dare
senso alla parola trave e a far s che quando viene pronunciata  dal
muratore  metta in moto una serie di azioni dell'aiutante, impensabili
in un altro contesto.(101)
     In  continuit  con  il primo Wittgenstein,  nella  teoria  dei
giochi linguistici un ruolo essenziale  svolto dalle regole: il senso
delle  parole e delle proposizioni  inseparabile dalle regole e dalle
convenzioni adottate in un determinato contesto.
     Ma  a questo punto il pensiero del secondo Wittgenstein pone un
problema  interpretativo di non poco conto:  nel  paragrafo  23  della
prima  parte  delle Ricerche troviamo un elenco di  esempi  di  giochi
linguistici, fra i quali  presente il pregare. Le cerimonie religiose
e  la  stessa  teologia  possono quindi  costituire  un  contesto  che
fornisce senso a proposizioni e parole che - alla luce della filosofia
del Tractatus - apparivano non-sensi. Wittgenstein sembra aprire
     
     p 325 .
     
     un  varco attraverso il quale la metafisica pu tornare ad essere
un discorso significativo.
     Wittgenstein   rifiuta  esplicitamente  questa  prospettiva:   le
parole della metafisica, se devono essere impiegate, possono avere  un
senso in un loro uso comune e quotidiano.(102)
     Nonostante  questa  precisazione di Wittgenstein,  l'analisi  del
linguaggio  ordinario - che, con la demarcazione precisa  dei  diversi
giochi  linguistici,  continua a garantire una separazione  netta  fra
scienza  e metafisica - non pu impedire di riconoscere un senso  alla
metafisica,  purch i filosofi sappiano che quel senso  non  va  nella
direzione verso i dati empirici dell'esperienza.
     
Gilbert Ryle.
     
Nel  1949  fu pubblicato The Concept of Mind(103) di Gilbert Ryle,  in
cui   compaiono  molti  dei  pensieri  che  Wittgenstein  era   andato
presentando  nelle sue lezioni. Ryle svolge una analisi a tutto  campo
del   linguaggio:  non  solo  del  linguaggio  della  logica  e  della
matematica (certamente preciso nella sua formulazione, ma con un campo
di  applicazione ristretto alla scienza e alla tecnica), ma anche -  e
soprattutto  -  di quello della nostra conversazione  quotidiana,  nel
quale  sono  presenti tutti gli aspetti della nostra vita.  In  questa
accezione  il  linguaggio non serve solo a parlare di  cose,  persone,
esperienze,   avvenimenti  (a  rinviare,  cio,  -  come   voleva   il
Wittgenstein  del  Tractatus  -  a  fatti):  esso  pu   esprimere   e
trasmettere  direttamente sentimenti, emozioni,  aspirazioni,  ordini,
eccetera  con proposizioni assolutamente prive di senso per la  logica
matematica, come ti amo, vietato fumare, eccetera(104)
     Da   ci  si  capisce  quanto  la  filosofia  analitica  si   sia
allontanata dall'empirismo logico del Circolo di Vienna, che -  come
ogni  forma  di empirismo - aveva risolto l'antico dualismo cartesiano
con  una scelta tutta sbilanciata verso il mondo dell'estensione. Ryle
-  proprio  in  The  Concept  of  Mind -  sostiene  che  la  divisione
cartesiana dell'uomo in spirito e corpo  assurda: l'uomo non vive una
vita  corporea,  esterna,  materiale, accessibile  e  verificabile  da
tutti,  e  una  vita spirituale, interna e immateriale,  invisibile  a
qualsiasi  osservatore esterno e accessibile soltanto a un osservatore
privilegiato che, mediante l'introspezione, la porta alla  luce  della
coscienza.  Generalmente  -  osserva  Ryle  -  corpo  e  spirito  sono
inseparabilmente uniti (anche se nessuno comprende come).(105)
     Ci  che gli empiristi tendono a escludere perch non costituisce
un   fatto   o  un  dato  sensibile,  in  realt  agisce  nel   nostro
comportamento  esteriore come disposizione a. Quando  diciamo  che  un
bicchiere  fragile non indichiamo certamente un fatto, ma sicuramente
che - in determinate circostanze -
     
     p 326 .
     
     possa  accadere un fatto: che il bicchiere si rompa se  cade  dal
tavolo.  Questo atteggiamento, anche se non rappresenta il  mondo  dei
fatti, pu aiutarci a prevederli e a prevenirli. Il filosofo analitico
-   secondo   Ryle  -  deve,  partendo  dagli  avvenimenti,  costruire
espressioni  disposizionali (ad esempio, rispetto agli uomini,  quelle
che   indicano  le  cosiddette  qualit  spirituali  come  vanitoso,
coraggioso,  infingardo).  Queste  espressioni  -  come   quelle   del
linguaggio  scientifico - sono verificabili  e,  in  pi,  offrono  il
vantaggio di poter essere corrette. Le espressioni disposizionali  non
devono  essere  intese e usate come categoriche, ma  piuttosto  devono
essere  viste  come  una  specie di segnali stradali  nella  rete  dei
rapporti con gli altri; esse indicano ci che pu o potrebbe accaderci
o  in  determinate circostanze ci accadr e, quindi, come noi possiamo
evitare scontri.(106)
     Partito  dalla  dilatazione - attraverso  la  teoria  dei  giochi
linguistici - della possibilit di analisi del linguaggio proposta  da
Wittgenstein, Ryle, con la sua trasformazione di tutte le proposizioni
in   proposizioni  disposizionali,  fa  venir  meno  ogni   forma   di
demarcazione fra i diversi contesti: ogni forma di linguaggio  implica
comunque un agire.
     
John Langshaw Austin.
     
Il  fatto che il linguaggio non sia semplicemente un dire, ma anche un
fare,    uno dei punti pi rilevanti della filosofia di John Langshaw
Austin.
     Analitica - come si ricorder -  la logica aristotelica,(107)  e
costante    il  riferimento ad Aristotele da parte dei  filosofi  del
linguaggio  di  Oxford.(108)  E gi in  Aristotele  era  indicata  una
distinzione fra il discorso apofantico (attraverso il quale l'ente  si
manifesta)  -  cio  dichiarativo e costituito  dalla  possibilit  di
essere  espresso in forma affermativa o negativa - e  altre  forme  di
linguaggio,  come,  ad esempio, quello utilizzato  per  la  preghiera.
Aristotele  per  si  era  limitato a  considerare  solo  il  discorso
dichiarativo.(109)
     Austin  riprende questa distinzione aristotelica  per  superarla:
il  dire (Austin parla di atto linguistico) non  solo l'espressione
di  enunciati dichiarativi (Austin li chiama constatativi) ma  anche
di  atti  come  la  preghiera, appunto. Austin  chiama  questi  ultimi
enunciati  performativi (dal verbo inglese to  perform,  eseguire,
realizzare),   per  indicare  che  questo  tipo   di   enunciato   
fondamentalmente un atto, un agire, un fare.(110) Austin definisce nel
modo seguente questi enunciati: essi non "descrivono" o "riferiscono"
     
     p 327 .
     
     o  "constatano" nulla, non sono "veri" o "falsi"; e sono tali che
l'enunciazione delle frasi sia una esecuzione di una azione,  o  parte
di  tale esecuzione, che si sta svolgendo, la quale, poich  essa che
sta dicendo qualcosa, non potrebbe essere normalmente descritta(111).
E  quindi li chiarisce con due esempi: "S (prendo questa donna  come
mia  legittima  consorte)",  come ci  si  esprime  nel  corso  di  una
cerimonia nuziale. "Battezzo questa nave Queen Elisabeth", come ci  si
esprime quando si spezza una bottiglia contro la prua di una nave.  Da
questi esempi risulta chiaro che pronunziare la frase (naturalmente in
circostanze  idonee) non  n descrivere il mio fare ci che  dico  di
star  facendo mentre la pronunzio, n affermare che lo sto facendo:  
farlo(112.
     Gli  enunciati  performativi, quindi,  sono  strettamente  legati
alle circostanze idonee - come l'ambito del gioco linguistico  del
Wittgenstein  delle  Ricerche  -;  ma  la  circostanza  idonea   non
determina  la  verit o la falsit dell'atto linguistico performativo:
ci pu semplicemente mostrare se esso  stato eseguito felicemente o
meno. L'unico criterio con cui possiamo giudicare un atto performativo
  se  esso  sia  stato o meno un fare; se esso esegue quello  che  in
quanto  enunciato  dice di eseguire: ad esempio, se  alle  parole  Ti
faccio questo dono corrisponda realmente il donare qualcosa.(113)
     Queste  brevi  informazioni sull'elaborazione teorica  di  Austin
possono  essere  sufficienti  per farci rendere  conto  di  quanto  la
filosofia  analitica si sia allontanata dai princpi che animavano  il
Circolo  di  Vienna e la riflessione filosofica  sulla  scienza:  il
riferimento  costante al fatto e al dato empirico  ora  sostituito  -
come nel pragmatismo americano - dal riferimento costante al fare, con
un nuovo rivolgimento copernicano che pone il soggetto (che dice e fa)
al  posto  dell'oggetto dell'indagine scientifica, in grado -  proprio
grazie alla sua oggettivit - di dare senso agli enunciati.
     In  qualche  modo  nella filosofia analitica  del  linguaggio  si
vuole  riaffermare  la  vita  nel suo multiforme  manifestarsi,  nella
miriade di linguaggi (o meglio, di usi del linguaggio) in cui la  vita
si dice e si fa.(114)
     Il  rovesciamento operato dalla filosofia analitica non   solo
nei  confronti dei filosofi della scienza del Circolo di Vienna,  ma
anche  di  chi  -  come  F.  Nietzsche - aveva  formulato  in  maniera
esplicita  e chiara il primo enunciato performativo: Dire  s  alla
vita. Un enunciato che escludeva ogni analisi logica perch escludeva
ogni  logica  e,  soprattutto, ogni dimensione collettiva,  sociale  o
politica, che trascendesse l'individuo.
     
     p 328 .
     
     La  filosofia di J. L. Austin, invece, apre la strada proprio  al
recupero  della dimensione sociale dell'uomo: il dire e  il  fare,  la
variet  di usi del linguaggio e i contesti che li determinano  e  che
danno loro senso, sono momenti di comunicazione fra gli uomini.
